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E' un mondo difficile ( capitolo 90 )


di chiara94
03.08.2026    |    656    |    223 6.3
"Ormai conosco la sua tattica, e riesco a mettere in campo, delle valide contromosse..."
Quello, che mi aspetta al tavolo, non mi sorprende davvero.
Quando vedo Gaia, seduta accanto al mio posto; provo soltanto la conferma di una sensazione, che mi accompagna già da qualche minuto.
Serena mi aveva parlato di una sorpresa; e conosco ormai abbastanza bene entrambe, da sapere che, quando usano quella parola; raramente significa qualcosa di piacevole.
Dopo essermi finalmente concesso qualche minuto di leggerezza, dopo aver ballato con Fiore e con le ragazze;sento che quella parentesi, è già terminata. È come se qualcuno avesse richiuso bruscamente una porta, ricordandomi quale sia il ruolo, che loro si aspettano da me.
Mi fermo un istante, ad osservarla.
Gaia non sorride. Il suo volto è serio, quasi impassibile. È un'espressione diversa, da quelle ironiche e provocatorie, di poco prima.
Non sembra voler scherzare. Sembra piuttosto essere tornata nella posizione, che preferisce: quella di chi riprende il controllo della situazione.
Dentro di me nasce, immediatamente, una riflessione. Ho davvero fatto qualcosa di sbagliato? Ho ballato, ho sorriso, ho parlato con altre persone, senza offendere nessuno, senza cercare vendette o ripicche.
Mi sono semplicemente comportato, come un normale ragazzo della mia età. Eppure, osservando il suo sguardo; capisco che, quel comportamento, non è stato accolto con favore.
Non posso fare a meno di notare una contraddizione, che appare sempre più evidente.
Gaia continua a ribadire che, tra di noi, esiste soltanto un rapporto di amicizia, che lei è libera di vivere la propria vita, e che io non devo interpretare ogni suo gesto, come qualcosa di diverso.
Eppure, quando sono io, ad allontanarmi dal ruolo, che sembra avermi assegnato; quando sposto la mia attenzione altrove e smetto, anche solo per qualche minuto, di orbitare attorno a lei; qualcosa cambia immediatamente. Non so se sia fastidio, orgoglio, bisogno di controllo o semplice abitudine, ma percepisco chiaramente, che il mio comportamento produce una reazione.

Lentamente si gira verso di me. Il suo sguardo rimane serio.
" Francesco; dopo che finisci di mangiare, mi accompagni a casa? "
La richiesta arriva con naturalezza, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Ma io la percepisco, in modo completamente diverso.
Non mi sembra una proposta. Mi sembra piuttosto un nuovo cambio di programma, deciso unilateralmente. Ancora una volta, tutto viene ridefinito, senza che io venga coinvolto. È lei a stabilire, cosa succederà dopo; dando per scontato, che io mi adegui.
Per qualche secondo, rifletto.
Fino a poche ore prima, avrei probabilmente accettato, senza discutere. Mi sarei convinto che accompagnarla, fosse un'occasione per recuperare qualcosa, per parlarle, per stare ancora un po' con lei.
Adesso, invece, qualcosa è cambiato, dentro di me. Forse non è cambiato il sentimento, ma è cambiata la consapevolezza.
Ho appena trascorso alcuni minuti in cui, per la prima volta, dopo tanto tempo; non mi sono sentito definito,esclusivamente, dal mio rapporto con Gaia. Tornare immediatamente a piegarmi ai suoi desideri, significherebbe cancellare tutto questo.
Così rispondo semplicemente:" Io rimango a vedere finire la partita."
Le parole escono con calma. Non c'è rabbia. Non c'è provocazione. È soltanto una decisione.

La mia risposta la infastidisce immediatamente. Lo vedo, da come cambia espressione.
" Devo mandare un messaggio a mio padre, dicendo che non mi vuoi accompagnare a casa?" Riconosco subito il meccanismo. Non è più soltanto una richiesta.
Cita improvvisamente Bartolomeo, evocato come figura d'autorità. È come se la scelta venisse caricata di un peso morale: non starei semplicemente rifiutando Gaia, ma anche una responsabilità nei confronti di lui.
Questa volta, però, invece di sentirmi schiacciato; colgo l'occasione, per ribaltare il discorso.
" Ottima idea. Se ti accompagna la polizia, sei più al sicuro."
È una risposta ironica ma, dentro di me, ha un significato molto più profondo.
Non mi limito a subire il terreno, scelto da lei. Entro nella conversazione, con una mia logica, senza cercare di convincerla, né di ottenere la sua approvazione.
Gaia mi guarda con evidente fastidio. È un fastidio diverso, da quello provocato dalle prese in giro.

Qui percepisco quasi una forma di disorientamento. Probabilmente non si aspettava questa risposta.
Fino a questo momento, ero sempre stato prevedibile. Bastava esercitare un po' di pressione emotiva e, quasi sempre, finivo per cedere.
Ripenso, inevitabilmente, a Fausto e a Giacomo. Anche loro avevano provato, ciascuno a modo proprio, a tenerle testa. Gaia era riuscita a rimetterli, immediatamente, al loro posto. Ho creduto che, con lei, fosse impossibile opporsi. Adesso, invece, mi accorgo che, almeno, posso provarci.
Non significa avere il controllo della situazione. Quello continua ad averlo lei. Significa smettere di rinunciare, automaticamente, alla mia volontà.
Forse la metafora dell'arena, continua ad essere quella, che descrive meglio, ciò che sento. La regina dispone ancora,dei suoi arcieri.
Probabilmente l'esito finale dello scontro, non cambierà. Ma io non sono più disteso sulla sabbia, ad aspettare il colpo finale.
Mi sono rialzato. Ho ripreso l'arma, in mano. Ho ricominciato a combattere.

" Francesco; ma ti credi simpatico? "
La sua domanda sembra quasi voler ridimensionare, immediatamente, questo mio tentativo di autonomia. Come se volesse riportarmi nel ruolo abituale.
Io, però, non raccolgo la provocazione.
Le rispondo con estrema semplicità:" Voglio solamente mangiare il panino e la fetta di torta, in pace."
Non cerco di vincere la discussione. Non cerco neppure di convincerla. Sto soltanto affermando un bisogno personale.
Ed è forse proprio questo, il cambiamento più importante:non sto modellando le mie parole, in funzione della sua possibile reazione.
Gaia accenna un sorriso. È un sorriso, difficile da interpretare.
Non sembra davvero arrabbiata. Sembra piuttosto incuriosita.
Come se stesse osservando una versione di me, che non aveva ancora conosciuto, fino in fondo.
Nei suoi occhi, continuo a leggere la voglia di attaccarmi, di testare la mia resistenza, di capire se questa calma sia autentica, oppure soltanto momentanea.
Io, invece, rimango in silenzio.
Dentro di me, so che la partita, quella vera, non è più quella trasmessa sul televisore. La partita si sta giocando, tra il bisogno di tornare ad inseguire Gaia,e il tentativo, ancora fragile, di ricominciare finalmente a scegliere, anche per me stesso.

Gaia rimane accanto a me, senza dire nulla.
Il silenzio, che cala tra noi, non è un silenzio sereno. È uno di quei silenzi, che sembrano preparare qualcosa.
Lentamente solleva una mano, e la appoggia sulla mia guancia. Le sue dita iniziano ad accarezzarla, con estrema delicatezza, quasi con tenerezza.
Il gesto, preso da solo, potrebbe appartenere a due persone, profondamente legate. Chiunque osservasse questa scena dall'esterno, vedrebbe una ragazza, che sfiora il volto di un ragazzo, con dolcezza, senza alcuna aggressività. Nessuno potrebbe immaginare il vortice psicologico, che si nasconde dietro quel contatto.
Per circa un minuto, continua ad accarezzarmi, senza pronunciare una sola parola.
Io rimango immobile. Non reagisco. Ormai ho imparato che, con Gaia, anche una carezza ,che dovrebbe rassicurarmi; riesce ,invece, a mettermi in allerta.

All'improvviso, porta una mano davanti alla bocca.
Per un istante,credo quasi di aver visto comparire un sorriso.Ma, prima che riesca a comprenderlo, gira il volto dall'altra parte.
Rimane così, per qualche secondo.
Poi torna lentamente verso di me, abbassando la mano.
"Scusa, Francesco; un singhiozzo."
La spiegazione appare quasi immediata, troppo immediata. Dentro di me, nasce il sospetto che, quel presunto singhiozzo, non sia altro che un modo elegante, per nascondere una risata.
Pochi istanti dopo, la scena si ripete identica.Ancora una volta, la mano, davanti alla bocca.
Ancora una volta, il volto, che si gira.Ancora una volta, quel movimento, che sembra voler sottrarre qualcosa, al mio sguardo.
Non ho praticamente più dubbi.Mi sta prendendo in giro.Lo fa con una naturalezza impressionante; cercando, allo stesso tempo, di conservare una plausibile giustificazione.
È uno dei suoi meccanismi preferiti.Lascia sempre aperta, una via d'uscita.
Se reagissi, accusandola di ridere di me; potrebbe semplicemente ribattere, che si trattava davvero, di un singhiozzo.
È una trappola sottile.Ed è proprio per questo, che scelgo di non entrarci.

Continuo a rimanere impassibile.
La mia indifferenza, però, sembra non scoraggiarla affatto.
Riprende subito a parlare:"Di nuovo il singhiozzo. Ragioniamo; Francesco. Della partita, non te ne frega assolutamente nulla. Non l'hai praticamente guardata. E poi, mi hai detto, che è una partita noiosa. Hai avuto i tuoi cinque minuti di gloria, ti hanno eletto il figo del locale; puoi essere soddisfatto, no? Direi, che possiamo andare. Hai chiuso la serata, da finto vincitore."
Ascolto ogni parola, con attenzione.
Mi colpisce il modo, in cui riesce a ricostruire gli stessi avvenimenti, da una prospettiva completamente diversa, dalla mia.
Io ho vissuto quei minuti, come un momento di rinascita personale.Lei li trasforma immediatamente, in qualcosa di vuoto.
La parola, che pesa più di tutte, è "finto".
Non le basta negare la mia soddisfazione.Ha bisogno di renderla falsa.Illusoria.
Come se avessi soltanto immaginato, quello che è accaduto.
La guardo, sinceramente incuriosito.
"Cosa vuoi dire; Gaia?"
Lei risponde, con quella sicurezza, che ormai conosco bene.
"Ammetto che hai ottenuto un notevole consenso. Il problema è: da chi, l'hai ottenuto? Da un branco di sfigati. Avresti potuto ottenere zero consenso da loro, e solamente sorrisi da me, Serena e Massimo; e, a quel punto, saresti uscito vincitore. Dai noi tre, hai ottenuto soltanto indifferenza. Io e Serena abbiamo provato un senso di vergogna, che non ti immagini. Una figura così, non l'avevamo mai fatta. A Massimo, fai solamente pena;non ha voluto infierire. Hai ottenuto qualche minuto di felicità? Godi pure; però, quando sei con me, non fare il figo, perché non lo sei."
Le sue parole raccontano molto più della semplice critica.Rivelano il criterio, con cui valuta il mondo.
Per la mia compagna di università, il valore di un momento, non dipende da ciò che si vive, ma da chi lo approva.
Tutti gli applausi, ricevuti dal resto del locale, vengono improvvisamente annullati.
Per lei, esistono soltanto tre giudici.Lei.Serena.Massimo.
E' come se il resto delle persone, smettesse completamente di esistere.
Mi colpisce soprattutto un dettaglio.Non dice, che io abbia fatto qualcosa di sbagliato.Dice che mi sono guadagnato il consenso, delle persone sbagliate.
Come se il valore di un individuo, dipendesse esclusivamente dall'appartenenza al gruppo, che lei considera degno, della propria approvazione.
Per qualche secondo rifletto.
Poi le pongo una domanda:"Questo discorso, che scopo ha?"
Lei non esita, nemmeno un istante.
"Per ricordarti sempre, chi sei; Francesco. Non vorrei mai, che tu pensassi di poterti rapportare con me, come hai fatto con quella, coi capelli, color catrame."
Questa risposta mi colpisce profondamente.
Non cerca di convincermi.Non cerca un confronto.
Vuole definire il mio posto.Vuole impedirmi di modificare l'immagine, che ho di me stesso.
È un tentativo, di fissare una gerarchia.Io dovrei ricordare, costantemente, chi sono.E, soprattutto, chi non posso diventare.
Continua ad accarezzarmi la guancia, mentre parla.Ancora una volta, il gesto e le parole, si contraddicono.
Le dita trasmettono vicinanza.Le frasi producono distanza.
Essendo perplesso, le espongo il dubbio, che nasce spontaneamente.
"Mettiamo anche, che sia come hai detto. Che fastidio ti dà, se voglio essere il re, in un mondo di sfigati?"
La mia domanda non nasce dalla ricerca della sua approvazione.Nasce da un ragionamento autentico.
Se davvero quelle persone valgono così poco ai suoi occhi, perché dovrebbe infastidirla il fatto, che io venga apprezzato da loro?
Gaia sorride.Continua ad accarezzarmi il volto.
"Tu esci con noi, dunque non puoi comportarti, come vuoi. Noi non ci possiamo vergognare, a causa tua. Hai ballato con Fiore, e poi con quelle ragazze; e allora? Dove sarebbe la tua grande vittoria? Quale risultato hai ottenuto? Hai ballato anche con me, ieri sera; e sei rimasto molto coinvolto, emotivamente. Io, invece, sono rimasta indifferente. Come anche Fiore e quelle ragazze. Perché, in fondo, tu fraintendi sempre; Francesco. Dai importanza a piccole esperienze quotidiane, quando dobbiamo aggiungere l'aggettivo mancante: banali."
Ascoltandola, mi rendo conto, che sta cercando di demolire, non tanto gli eventi;quanto il significato, che io attribuisco ad essi.
Secondo Gaia, il problema non è ciò che succede.Il problema è la mia interpretazione.Per lei, ogni emozione che provo, nasce da un errore di lettura della realtà.
È una posizione estremamente netta.E, proprio per questo, lascia pochissimo spazio al dialogo.

Le pongo, allora, una domanda, che ci tengo a farle.
"Dunque avresti ballato con chiunque, come hai ballato con me?"
Lei risponde, senza esitazione.
"Anche con un vecchio, perché non sono maleducata. E lui non si sarebbe fatto i film mentali, che ti sei fatto tu."
Per un istante, rimango in silenzio.
Poi aggiungo semplicemente:"Anche con Massimo?"
Questa volta, Gaia non riesce a trattenersi.
Scoppia apertamente a ridere.Una risata spontanea, quasi liberatoria.
"Sei proprio stupido; Francesco. Più di quanto immaginassi. Gli ho detto di no a ballare, e non vuol dire nulla. Massimo non si è offeso, non è mica lo stupido ragazzo innamorato e geloso,"interrompendosi improvvisamente.
Per un istante, il silenzio torna a posarsi tra noi.
E io rimango a fissarla.Non tanto per l'ennesimo "stupido", al quale, ormai, quasi mi sono assuefatto.Quanto perché, ancora una volta, ho la sensazione che, dietro le sue parole; continui a nascondersi molto più di quello, che sceglie deliberatamente di dire.
Gaia mi guarda per qualche secondo, poi lascia uscire un lungo sospiro. È un sospiro diverso, dai precedenti. Non contiene ironia, né quella leggerezza provocatoria che spesso accompagna le sue prese in giro. Per un istante, sembra quasi sinceramente dispiaciuta. Quando torna a parlare, la sua voce è più bassa.
"Scusami; la parola stupido, me la devo dimenticare."
Resto sorpreso.
Da quando la conosco, è una delle poche volte, in cui la vedo riconoscere, spontaneamente ,un proprio errore, senza essere costretta dalle circostanze.
Non cerca giustificazioni, non prova a trasformare tutto, in una battuta. Si limita ad ammettere che, quella parola, è diventata un'abitudine sbagliata.
La tranquillizzo, quasi d'istinto.
"Non ti preoccupare. Apprezzo, che te ne sia accorta, e che tu mi abbia fatto le scuse."
Mentre pronuncio quelle parole, mi accorgo, io stesso, di non averle ragionate. Sono uscite spontaneamente.
Dentro di me, qualcosa si sta muovendo, ancora una volta. Dopo tutto quello che è successo durante la serata, dopo Massimo, Serena, Fiore, la ragazza dai lunghi capelli neri, e tutte le umiliazioni subite; una parte di me, continua comunque a cercare Gaia.
È come se il bisogno di ritrovare quella complicità dei primi tempi, riuscisse ancora a prevalere sulla razionalità. Forse sto, inconsciamente, cercando di mettere, tra parentesi, tutto il resto; sperando di recuperare almeno un frammento del rapporto, che avevamo costruito.
Lei annuisce lentamente.
Capisco che, le mie parole, le fanno piacere.

Non dice nulla.Continua, semplicemente, ad accarezzarmi la guancia.
Le sue dita scorrono con movimenti lenti e regolari, quasi ipnotici. Ogni carezza sembra studiata, per trasmettere calma, come se volesse spegnere tutta la tensione, accumulata fino a questo momento.
Per qualche istante, mi domando, se non mi sia davvero sbagliato, a interpretare alcune sue reazioni precedenti.
Il suo volto, adesso, non esprime rabbia. Al contrario, appare quasi assorto.
Rimane in silenzio.Mi guarda.
Eppure sembra bloccata.Come se ci fosse qualcosa, che vorrebbe dirmi, ma non riuscisse ancora a trovare il coraggio, di farlo.
Cerco, allora, di aiutarla.
"Gaia; dimmi pure, se c'è qualcosa, che devi dirmi."
Lei non risponde immediatamente.
L'altra mano si posa, delicatamente, sopra una delle mie.Il gesto è lento, quasi esitante.
Adesso il contatto, tra noi, è doppio.Una mano continua ad accarezzarmi il volto.L'altra stringe la mia.
Prende un lungo respiro.
Poi dice:"Un no ad un ballo, è una stupidaggine. L'importante è non prendere un no, ad un'altra richiesta. È questa la differenza, che non vuoi capire."
Rimango, qualche secondo, a riflettere su quella frase.Mi sembra, quasi, che stia cercando di insegnarmi qualcosa.
Secondo Gaia, il problema non è mai, il singolo episodio. Non è il rifiuto in sé. È il valore, che io attribuisco ad esso.
Come se continuasse a voler separare i gesti superficiali, da quelli che, ai suoi occhi, possiedono un significato molto più profondo.
Subito dopo, abbassa lo sguardo.Non lascia la mia mano.Continua ad accarezzarmi la guancia.La sua voce si spegne.
È come, se aspettasse qualcosa.

Le domando, allora, direttamente:"Sei andata nel retro, con il barista?"
Per alcuni istanti, non ricevo alcuna risposta.
Lei continua a guardare il pavimento.Le dita non smettono di muoversi sul mio viso.
Poi, senza alzare gli occhi, annuisce appena.Quel semplice movimento della testa, vale molto più, di qualunque spiegazione.
Dentro di me, sento qualcosa stringersi.
Rimango in silenzio.Non saprei davvero cosa dire.
Vorrei cambiare argomento.Vorrei fingere, che quella risposta non sia mai arrivata.Ma so, che sarebbe inutile.
Serena aveva parlato di una sorpresa.Eccola.
Razionalmente, so benissimo ,che Gaia non è la mia ragazza.
Non mi deve alcuna spiegazione.Poco prima, mi aveva persino avvertito, che quella possibilità esisteva.
Eppure, la razionalità, in questo momento, serve a poco.
Il tempo sembra fermarsi.Lei continua a tenere lo sguardo basso.Io continuo a stringere il silenzio.
Sembra quasi che, nessuno dei due, abbia il coraggio di rompere quell'equilibrio fragile.
Alla fine, è ancora lei, a farlo.
"Quando sono andata nel retro del bar, Massimo mi ha fatto vedere una cosa. Non ne avevo mai visto uno. E, devo dirti, che ne sono rimasta colpita e affascinata. Ho avuto un tentennamento iniziale, dovuto alla paura e all'ansia. Però è stato più forte di me, e mi sono decisa: l'ho accarezzato, prima con timidezza, e poi, man mano, prendendo più confidenza. Avevo voglia di baciarlo, anche? Sì, ma non me la sono sentita. Mi sembrava troppo."
Ascolto, senza interromperla.Le sue parole mi arrivano come colpi lenti, uno dopo l'altro.
Più che il contenuto in sé, mi colpisce il modo, in cui decide di raccontarmelo.
Non sembra voler infierire. Non c'è il tono sarcastico di altre occasioni.
Sembra piuttosto voler condividere un'esperienza che, per lei, rappresenta una scoperta. Ma proprio questa apparente naturalezza, rende tutto ancora più difficile, da ascoltare.
Abbasso, anch'io, lo sguardo.
So che, probabilmente, dovrei fermarmi.So che, continuare a fare domande, potrebbe soltanto peggiorare il dolore.
Eppure non riesco a trattenermi.
"Gli hai fatto una sega? Gliela hai fatta, fino alla fine?"
Lei alza gli occhi, soltanto per un istante.Poi stringe la mia mano, con maggiore decisione.
È quasi un gesto di conforto.
"Francesco; non devi fossilizzarti su quelle cose. Sono dettagli di scarsa importanza. Non credo che tu sia un ragazzo, che trae piacere, dal sentire certi dettagli; giusto?"
Percepisco quasi una forma di premura.Come se cercasse di impedirmi, di farmi ancora più male.

La guardo.
Le rispondo, con un filo di amarezza.
"Come posso essere omosessuale, posso essere anche un Cuckold ."
Lei rimane seria.Non sorride.
"Francesco; sono comunque esperienze. Forse prima, sono stata troppo catastrofica, chiudendoti ogni porta, se tu andassi con,"interrompendosi.
Si morde, leggermente, un labbro.
Mi guarda dal basso verso l'alto.È un'espressione insolita.Quasi timida.
Poi toglie, lentamente, la mano, dalla mia guancia.Prende anche l'altra mia mano.
Adesso, entrambe le sue mani, stringono entrambe le mie.
Il gesto comunica vicinanza.Protezione.Dolcezza.
"Ti chiedo scusa, ho sbagliato prima. Cerca di vedere le cose, da un altro punto di vista. Ai ragazzi potrebbe intrigare, che io vada con Serena. E non ci potremmo rifiutare. O anche, indipendentemente dalla richiesta di un ragazzo; io e lei potremmo comunque, ugualmente, voler provare. Siamo entrambe molto belle. Mica diventerebbe la normalità, rimarrebbe sempre l'eccezione. A noi ragazze piace sempre di più il,"interrompendosi nuovamente.
La guardo con crescente perplessità.
Non tanto, per quello che sta dicendo.Quanto perché mi sembra di ascoltare una Gaia, completamente diversa.
È come se stesse cercando, per la prima volta, di parlarmi, senza usare la provocazione, come unico linguaggio.
Lei continua, senza smettere di stringermi le mani.
"Francesco; è una cosa normalissima. Non devi stupirti, per come parlo. Non ho mai parlato così con te, in precedenza, per un motivo molto semplice: l'amicizia. Con un amico, non si affrontano certi temi. Tu hai deciso di dichiararti; io ho conosciuto una persona, che mi piace; e queste due cose hanno fatto sì che, il nostro modo di comunicare, sia cambiato."
Quelle parole mi fanno riflettere.
Per Gaia, il cambiamento del nostro rapporto, non consiste soltanto nei sentimenti.Consiste anche nel modo, in cui possiamo parlarci.
Come se, superato il confine dell'amicizia, alcuni argomenti diventassero improvvisamente legittimi.
La guardo.Annuisco lentamente.
"Certo, lo capisco. Mi devo solamente abituare."
Mentre pronuncio quella frase, mi rendo conto che, non sto dicendo, soltanto di dovermi abituare, al nuovo modo di comunicare di Gaia.
Sto cercando di convincere, anche me stesso, che esiste ,ormai, una nuova realtà, profondamente diversa, da quella che avevo immaginato; e che continuare a guardarla, con gli occhi del passato, significherebbe soltanto prolungare ancora, il mio dolore.

La mia compagna di università vuole rassicurarmi:" Francesco; nonostante quello che è successo, la partita è ancora aperta. Il discorso degli step, è ancora valido."
La guardo e, quasi istintivamente, tolgo le mani, dalle sue.
Quel gesto segna una distanza improvvisa. Fino a pochi istanti prima, le sue mani stringevano le mie, il suo comportamento sembrava quasi rassicurante; adesso, invece, sento il bisogno di sottrarmi, a quel contatto.
Lei mi guarda male e sospira, come se la mia reazione fosse l'ennesima complicazione, che non aveva previsto.
" Se gli hai fatto una sega, il discorso è chiuso. Non riuscirò mai, ad accettare la cosa."
Per me, non è un semplice dettaglio.
La sega diventa il simbolo concreto di qualcosa, che non posso cancellare.
So perfettamente, che Gaia non è la mia ragazza, e che non posso pretendere, di decidere per lei.
Ma, emotivamente, non riesco a trattare quell'esperienza, come un fatto irrilevante. È proprio questo il punto, sul quale continuo a scontrarmi con la realtà: razionalmente, riconosco la sua libertà; mentre, emotivamente, sento che quel gesto modifica, definitivamente, il modo in cui guardo lei, e il nostro rapporto.
Gaia rimane sorpresa dalla mia risposta, e si affretta, subito, a precisare:" Il passato non si può modificare. Si può solamente cambiare il futuro. Da come ti comporterai, potrai modificare il tuo futuro e, eventualmente, anche il mio."
Quelle parole mi fanno irrigidire.
Non riesco ad accettare la logica, che sta proponendo. Nella sua prospettiva, quello che è successo, appartiene ormai al passato; e l'unica cosa che conta, è ciò che potrà accadere dopo.
Ma io non riesco a separare, così facilmente, il presente, dal passato. Quello, che è successo ,continua a condizionarmi e, soprattutto, mi sembra, che il futuro venga presentato come qualcosa, che dipende dal mio comportamento.
Per questo, le faccio immediatamente presente il mio rifiuto.
"Questo è un ricatto. Mi dispiace, ma non ci sto. Io non mi sottometto a te. Posso accettare di vivere situazioni non facili, ma non mi sottometterò mai."
Le mie parole cambiano l'atmosfera.
La mia compagna di università sembra iniziare ad arrabbiarsi. Il suo tono di voce cambia, diventando più duro.
"Francesco; non devi sottometterti. Io non posso modificare il passato, e non voglio dirti bugie. Preferisco essere sincera, seppure la verità può farti male."
La guardo.Non arretro di un millimetro.
"Allora il discorso si chiude qui."
Per me, la questione sembra, ormai, definita. Se la verità, che Gaia mi racconta, è incompatibile, con quello che riesco ad accettare; non vedo come si possa continuare a parlare di una partita, ancora aperta.
Lei, invece, sembra non voler accettare questa conclusione.
Mi chiede:"Solamente perchè ho fatto una sega, a un altro ragazzo? Non troverai nessuna ragazza, se ragioni così."
Può pure avere ragione, ma non accetto, che voglia trasformare una mia sofferenza, in un difetto caratteriale. Come se il problema, fosse esclusivamente il mio modo di pensare.
" Gaia; tu sai di piacermi, e te ne sei fregata, sapendo di ferirmi. Se accettassi quanto accaduto, la cosa si ripeterebbe una seconda volta, e poi una terza, e così via. Finirei sottomesso da te, e la cosa non esiste."
Sto cercando di difendere almeno una cosa: la mia autonomia.
Non voglio più essere quello, che reagisce alle sue decisioni. Non voglio che ogni suo gesto, stabilisca il mio umore, la mia posizione, o il valore, che attribuisco a me stesso. Forse è anche per questo, che uso ancora, la parola "sottomesso": non voglio più sentirmi completamente dipendente, dalle sue scelte.

La mia compagna di università prova, ancora una volta, a riprendermi le mani, ma, questa volta, non glielo permetto.
Appena sento i suoi polpastrelli, sfiorare il dorso delle mie mani; le ritraggo.
Non è sicuramente un gesto dettato dalla dolcezza. In questo caso, con il contatto fisico, cerca di manipolarmi.
Non è un gesto sincero, come quello della ragazza, dai lunghi capelli neri. E' un gesto dettato dal opportunismo, e dal volermi poter controllare. Di vero e di sincero, non c'è assolutamente nulla.
La sua prima reazione, è guardarmi malissimo.
La sua pazienza sembra ormai esaurita.
"Francesco; non fare il pazzo, siamo in un luogo pubblico."
La guardo.
Ormai conosco la sua tattica, e riesco a mettere in campo, delle valide contromosse.
"Hai fatto una scelta, prenditi le responsabilità. E' vero, che le probabilità che un aereo cada, sono molto basse.Quando succede,però, fa molti danni, come in questo caso.Pensavi che ti sorridessi, sentendo la notizia?Non hai pensato, che non l'avrei presa bene?"
Per la prima volta, durante questa conversazione, sento che il confronto, sta davvero sfuggendo di mano.
Gaia non sembra più interessata a provocarmi, con il sorriso o con l'ironia. È arrabbiata.
E non riesce più a contenere la rabbia, che esplode fuori.
Non cerca di richiamarmi al ordine, o di difendere le sue idee, e attaccare le mie. Niente di tutto questo.
La mia compagna dell'università, perde definitivamente la pazienza. Mi mette una mano sulla gola, e stringe.
"Fidanzatino innamorato e geloso; se fai tutto questo cinema, per chiedermi di fare una sega, anche a te; dillo chiaramente. Ti faccio questa sega, così poi la smetti."
Ancora una volta, Gaia interpreta la mia reazione, attraverso la gelosia.Ancora una volta, sembra convinta di aver trovato la spiegazione definitiva, per ogni mia protesta.
Io, invece, sento di essere arrivato a un punto, in cui non voglio più accettare le sue regole.

Mi alzo lentamente, continuando a guardarla.
"La sega, falla a Mariano, o a Corrado, o a Fausto. Loro apprezzeranno sicuramente."
È una risposta, volutamente provocatoria.
So, che sto alimentando lo scontro.So, che probabilmente sarebbe più intelligente, fermarmi.
Ma, ormai, dentro di me, qualcosa è cambiato.
Per tutta la serata, ho cercato di controllarmi, di evitare le sue provocazioni, di non darle la soddisfazione, di vedermi reagire.
Adesso, invece, ho la sensazione che, continuare a essere prudente, significhi soltanto tornare a subire.
La mia compagna di università inizia a muovere entrambe le braccia, in un gesto che tradisce un nervosismo, ormai sempre più evidente.
Il suo volto è decisamente contrariato. Non sta più cercando di apparire tranquilla: la mia ostinazione comincia a irritarla davvero, perché non riesce a riportarmi nella posizione di sottomissione psicologica, alla quale è abituata.
Mi guarda con un'espressione quasi incredula, come se non riuscisse a comprendere, perché io continui a oppormi, alle sue spiegazioni.
"Francesco; ma sai, cos'è una sega? Credo di no, altrimenti non reagiresti così. Nessuna ti ha mai fatto una sega? Vedo che sei messo peggio, di quanto immaginavo."
Non cado, nuovamente, nella sua provocazione.
Dentro di me, sento che questo è il momento, in cui devo smettere di reagire alle sue parole, e iniziare a scegliere, consapevolmente, come comportarmi.
Ogni risposta emotiva diventerebbe un'altra occasione per lei, di spostare il discorso, provocarmi e riprendere il controllo.
Così ribadisco, quasi con freddezza: "Hai ragione; tutti quelli, da te citati, sono meglio di me." Gaia sbuffa immediatamente, manifestando tutta la sua indisposizione. La mia risposta non le permette di ottenere la reazione, che cercava; e questo sembra irritarla, ancora di più.
"Sei pesante; Francesco. Te la faccio; così vedi come è, e capisci, che non è praticamente nulla."
La guardo, cercando di comprendere, quale sia il senso di questa proposta.
Se, per lei, ciò che è accaduto, non ha alcun significato; perché continua a insistere tanto?
La domanda nasce quasi spontaneamente.
"E allora perché l'hai fatta, se è praticamente nulla?"
La mia domanda la costringe a giustificarsi e, per un attimo, sembra cercare una risposta, sufficientemente semplice, da chiudere il discorso.
"Ma così; perché me l'ha chiesta, e mi spiaceva, dirgli di no."
In quelle parole percepisco, ancora una volta, una contraddizione, che mi ferisce più del gesto stesso.
Il problema non è solamente ciò che è successo, ma la differenza, tra il modo in cui lei tratta le richieste degli altri, e il modo in cui tratta le mie.
Per questo, la attacco: "Con me, non ti fai problemi, a dirmi di no."
La reazione di Gaia è immediata.
Torna a mettermi una mano sulla gola; questa volta, con una durezza, che rende, ancora più evidente, il suo stato d'animo. "Ti ho detto, che la faccio, anche a te. Preferisci che andiamo nei bagni, o nel parcheggio? Così poi capirai, che la tua reazione è veramente sproporzionata."

La guardo, e provo un senso di disgusto.
Non è solamente rabbia. È soprattutto la sensazione di vedere crollare un'immagine, che ho costruito di lei, nel corso del tempo.
L'avevo idealizzata, la credevo diversa; invece, in questo momento, mi sembra di trovarmi davanti a una persona, molto più simile alle altre, di quanto avessi voluto ammettere.
Mi chiedo se sia stato un inguaribile sognatore, ma la risposta, che mi do, è più complessa: non credo di essermi inventato tutto.
Credo piuttosto di essere uscito, per mesi, con una persona, che ha saputo mostrarmi una parte di sé; mentre, adesso, me ne sta mostrando un'altra. Ed è proprio questo contrasto, a lasciarmi spaesato.
Vedendomi in difficoltà, Gaia riprende a parlare.
Il suo tono torna apparentemente razionale, quasi volesse trasformare una situazione, emotivamente esplosiva, in una questione puramente logica.
"Considera la cosa, da altri punti di vista. Il primo: ti faccio una sega. Il secondo: se te la faccio una volta, magari te la faccio, anche altre volte. E il più importante: vedrai che, è una cosa, dove non ci vuole sentimento. Ci vuole solamente avere pazienza, e fare un movimento ripetitivo, con la mano. Tutto qui. Dopo che te la farò, mi chiederai perfino scusa, e ci faremo una risata, dimenticandoci questo equivoco."
La parola "equivoco" rimane dentro di me.
Per lei è un equivoco; per me continua a essere una presa in giro. È questa differenza di interpretazione, a rendere impossibile, qualsiasi vero punto d'incontro.
Lei cerca di ridurre tutto a un gesto " tecnico", mentre io continuo ad attribuirgli un significato emotivo e relazionale.
La guardo per qualche secondo.
Non riesco ad accettare che, la soluzione proposta, sia semplicemente quella di replicare, su di me, ciò che ha fatto con un'altra persona; come se, in questo modo, potesse cancellare, automaticamente, il significato, che io attribuisco all'accaduto.
Così le rispondo nel modo, che considero l'unico possibile.
"Allora fai le seghe,anche agli altri, così poi avremo più di un motivo, per ridere."

Non faccio in tempo, a elaborare la sua reazione.
Il gesto arriva improvviso, violento, definitivo: un forte schiaffo mi colpisce sul volto. Nel locale, risuona l'eco del colpo.
Per un istante, tutto sembra fermarsi. Il rumore della partita, le voci degli altri clienti, i movimenti dietro il bancone: ogni cosa sembra arretrare sullo sfondo.
Rimango immobile, con il volto rivolto nella direzione del colpo, senza alcuna intenzione di reagire.
La discussione non è più soltanto fatta di provocazioni, ricatti emotivi e tentativi di controllo. Adesso c'è un gesto concreto, che alza il livello dello scontro.
La mia compagna di università si accorge che, il suo gesto ,non mi ha piegato. Lo schiaffo non ha ottenuto l'effetto, da lei sperato.
Nonostante siamo già al centro del attenzione di tutti, decide di dare un'altra prova di forza.
Si alza, anche lei e,questa volta, alza anche la voce.
"Siediti subito; Francesco. Mi sto arrabbiando."
La sua voce attraversa il locale.Le persone, intorno a noi, rimangono in silenzio.
Il locale rimane avvolto da un silenzio tombale, che ormai conosco bene.
Io non la guardo.
Dentro di me, sento una strana combinazione di paura, rabbia e determinazione.
So, che la situazione è diventata pericolosa, sul piano emotivo. So anche, che sto prendendo una decisione impulsiva.
Ma, nella mia mente, non vedo più molte alternative.
Per tutta la serata, mi sono sentito trascinato dagli eventi.
Gaia ha dettato il ritmo, ha stabilito quando avvicinarsi, quando allontanarsi, quando provocarmi, e quando mostrarsi affettuosa.
Adesso voglio interrompere quel meccanismo.
Non so ancora, cosa farò.
So soltanto, che non voglio più limitarmi, a difendermi.
La metafora dell'arena, torna, prepotentemente, nella mia mente.
La regina mi vuole nell'arena?
E io la accontento.
Non perché sia convinto, di poter vincere.Non perché creda davvero, di avere il controllo della situazione.
Ma perché, arrivato a questo punto, preferisco affrontare le conseguenze della mia scelta; piuttosto che continuare a sentirmi un semplice spettatore, della mia stessa vita.
So che la regina, ha gli arcieri.
Ma io combatterò fino alla morte.
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